giovedì 11 settembre 2008
Un nuovo buco nero nelle mie fantasie
Nel mondo della mia fantasia un paio di scienziati pazzi hanno sbagliato esperimento e l'intero mondo, quello della mia fantasia, è stato distrutto. Nelle mie fantasie, di sogni si parla, tutto in pochi secondi scompare per lasciare spazio ad altro o a niente. E il sogno mi culla, mi fa sorridere e quasi quasi osare sperare...che veramente, che se si avverasse...
La vita è una cosa meravigliosa, certo, bellissima, e niente di meglio potrei immaginare. Niente tranne la sua assenza, la sua totale assenza.
Perché della mietitrice tutto ho sempre temuto tranne la falce. Non mi spaventa il suo sguardo, ma non sopporterei vederla da lontano. Ho paura di vedere il suo tocco sui miei parenti e amici. Mi dispiacerebbe molto, al contrario, lasciarli qui a piangere la mia perdita. Non vorrei provare dolore fisico, mai, specialmente se prolungato. E poi c'è altro: temo anche di abbandonare persone che appena mi conoscono e forse anche i luoghi, ho paura della mia stanza vuota. Questo è l'incubo, sono solo alcune note a piè di pagina di un contratto che tengo sulla scrivania. La penna tra le mani è leggera e luccicante. Se solo riuscissi a firmare...
Accidenti! Non sono mai riuscito a cancellare questa pagina dai miei “preferiti”. Accidenti! Da qualche parte ho ancora quei salvataggi di “Oblivion”. Accidenti! E' fuori dalla mia portata il coraggio per firmare un contratto del genere. E il sogno rimane un miraggio. Si allontana dal mio desiderio e sono costretto a dirlo: “Neanche così vorrei morire”. Ma se succedesse, se qualcuno firmasse senza leggere, bé, come dire?, di certo non obbietterei.
E' successo qualcosa in questo blog, ma, ahimè, nessun buco nero ha ancora avvolto il web. Ciò che è successo è che la pagina è rimasta vuota, le poche persone che c'erano sono sparite e io sono sparito per loro. Direi che a parte la completa assenza di dolore fisico (niente scosse, nessuno schermo che mi si chiude sulle dita) le note a piè di pagina sono state ampiamente disattese. Male.
sabato 19 aprile 2008
Polvere alla polvere /3
- E' il richiamo della polvere. Non ci può fare niente, ci chiama e un giorno lei deciderà di seguirlo. Nel mentre può smettere di tremare, sta rovesciando il porto-
-Oh, mi scusi, è molto buono, io...-
-Lasci stare. Mi dica piuttosto dove si nasconde-
Ingente quantità di denaro...Genova...tunica...buffo, chiacchiere.
-Ma lo vada ad eliminare, lo faccia lei, io non me la sento, in quella città ho fin troppi ricordi. Verrà ricompensato a dovere, a tempo debito, a lavoro fatto, più in là. Quando Jack sarà morto lei avrà i suoi soldi-
-Ma io...veramente...io...-
-Lei?-
-Io non posso...-
-Non è mia abitudine far svolgere il lavoro ad altri, come lei forse saprà. Provo un certo piacere nel tagliare la gola a chi parla troppo. Mi piace proprio, sa? Godo. Mi viene così duro che poi mi devo masturbare davanti al corpo morente del malcapitato. Faccio una piccola incisione al centro, nella trachea, e il sangue esce lentamente. Ha mai visto una persona con le corde vocali recise provare ad urlare per chiedere disperatamente aiuto? E' uno spettacolo, glielo assicuro. “Ghhhh! Ghhhh!” Urla bastardo! Chiedimi di smetterla! Chiedimi perdono! Urla! “Ghhhh! Ghhhh!”. Ah ah ah ah! Senza la voce un uomo non è niente. Si è mai chiesto perché soffriamo nell'ascoltare il lamento di un uccellino ferito e non proviamo nessun moto di compassione nel vedere un pesce squartato vivo? Senza la voce una donna non è più niente!”-
Cade il bicchiere dalle mani tremolanti del suo interlocutore. I vetri schizzano in tutte le direzioni e una macchia di porto si allarga sul tappeto rotondo sotto i loro piedi.
-Mi dia una cassa del vostro miglior porto. Anzi, facciamo due. No, al diavolo, me ne dia tre. Oggi è una gran giornata e voglio che venga ricordata a lungo.-
giovedì 3 aprile 2008
Polvere alla polvere /2
E c'è anche da tenere presente che lui, il signor M, questa vita, in fin dei conti, non l'ha mai voluta fare. E ti capita anche di svegliarti stanco, distrutto, ubriaco, la sera prima, neanche la ricordo. Ti capita, trascini le gambe fino allo specchio in bagno e cerchi di mettere a fuoco. Hai la camicia del giorno prima, la barba da fare. E ti piaci: bello, dannato. Sì, ce l'ho con te, non c'è nessun altro qui, bastardo, angelo caduto, cattivo ragazzo, strizzi l'occhio al diavolo e hai il colletto della camicia ancora sporco di sangue. Ti abbottoni i pantaloni e puoi andare dal giornalaio. Parlano di te. E allora leggi svogliato, bellissimo, al bancone del bar e ti fai fare un altro caffè. Sì, una serata difficile, ma sono cazzi miei. In fin dei conti la tua faccia di merda mi dice che ieri sera ti sei eccitato con un reality e masturbato con un filmetto su una rete privata; ma mica ti vengo a rompere i coglioni per questo. La prima serata è una faccenda personale, anche e soprattutto quando uccido. Tuttalpiù ci posso scherzare un po'. “Facciamo un terzo caffè, và, sono convinto che non mi ucciderà”, ma gli altri non dovrebbero capire e magari si potrebbero spaventare per la mia risata. Magari... Finisse tutto qua... Magari, sarebbe bello se la giornata del signor M. non continuasse. Ma poi c'è il dopo-sbronza, il mal di testa, una coscia di pollo bollita e quella merda di medicine per lo stomaco. E il purè, dimenticavo il purè. Un cazzo di passato di patate lessate. Arriva una ragazza russa, moldava o quel che è a fare le pulizie e ti tratta come una merda. E neanche ti guarda perché sei vecchio. Cinquant'anni e non sei più un uomo che la può scopare. Andrà con il cameriere faccia di merda reality e seghetta. E va bé, è giusto così, stessa ignoranza e nullità. Io posso pretendere qualcosa di meglio dell'immigrata corpicino lungo e secco, coda di cavallo, aria altezzosa, pulisce il mio cesso trattenendo il respiro. Ma le donne del signor M sono sempre svanite velocemente e, adesso, non è buono neanche per la donna delle pulizie. Questo fa male. Questo ti uccide dentro. Magari la giornata finisse al terzo caffè...Ma c'è il quarto, quello dei nipoti che vogliono aprire un'attività investimento sicuro, servirebbe un capitale iniziale, ma, insisto, questo è solo un prestito perché ti ridarò tutto con gli interessi, di me ti puoi fidare. Vaffanculo. C'è il quinto caffè: “Dottore, forse potrei ricominciare a mangiare la carne rossa? Certo, sì, lo so, importante, ci mancherebbe, ma certo, glielo prometto, come posso ringraziarla?, accetti questi, grazie a lei”. E fanculo. Il quinto caffè il signor M lo offre sempre al suo agente di borsa con l'obiettivo di trattenerlo il più a lungo possibile a parlare seduto in quella poltrona tra le mura del suo studio. Lo muove un piacevole sentimento di sicurezza, la convinzione che in quell'oretta il suo ospite non lo possa derubare, che ogni minuto passato in sua compagnia sia un euro risparmiato. E quasi gliela legge negli occhi, al sua broker, la fretta di andare, ah ah! Con fare vittorioso gli fa un'altra domanda e poi un'altra e un'altra; fino a quando non lo vede, lentamente, tirare fuori dalla tasca il cellulare, armeggiare con il grasso pollice e mandare un messaggio. Un ordine è stato inviato, altri soldi di suo padre sono spariti. Fanculo. E poi c'è l'ultimo caffè, quello della solitudine, del ritratto della sua ex moglie, del ricordo dei suoi genitori. Il caffè che non vuole andare giù. Quello che vomiterà al termine della notte, una mano appoggiata al muro più sporco di Parigi, l'altra stretta intorno alla bottiglia di Jameson. Una carta dei tarocchi in tasca, inutile vezzo, la camicia fuori dai pantaloni, cazzo, un po' di sangue ci schizza sempre. E il pensiero al medico che cerca di curare la sua colite ulcerosa. Niente carne rossa. Il suo fisico non riesce a digerirla. Ah ah ah ah ah...fanculo.
...continua...
giovedì 27 marzo 2008
Polvere alla polvere
-Sono lieto che gliene sia rimasto.-
-Posso...Sono venuto...Si ricorda? Mi aveva chiamato per...-
-Proceda, si sbrighi.-
-Ho raccolto tutti i dati che mi ha chiesto. Un lavoro scrupoloso. Quantomai preciso. Non avevo molto da cui partire, ma non mi sono perso d'animo. Ho chiesto in giro, ho fatto circolare le foto. Ho mosso tutti i miei informatori.-
Due sedie d'epoca, un tavolino pezzo d'antiquariato, la sale, grande, quadri. Porto d'annata. Una rarità.
-Posso offrirle un po' di Rozes? E' invecchiato 25 anni.-
-La ringrazio, ma non bevo, non posso, sa...noi non...-
-Oh sì, lei beve. Non mi fido della gente che non beve.-
-Se è così....-
-Non trova che il nostro rapporto debba essere incentrato sulla fiducia?-
-Assolutamente. D'altra parte, signore, non credo di averle mai dato motivo per sospettare di me.-
Un camino acceso. E la luce sul suo volto austero. Triste, stanco. Ma ancora vivo, nonostante tutto, nonostante debba sopportare ancora visite.
-Le persone che hanno tradito una volta tendono a rifarlo. E' una droga: la paura di essere scoperti. Lei si ciba di questo terrore perché le dà consapevolezza, coscienza che un giorno tutti moriremo. Sa bene che tradirmi sarebbe una mossa stupida, ma, lo sente? E' il richiamo della polvere. Non ci può fare niente, ci chiama e un giorno lei deciderà di seguirlo. Nel mentre può smettere di tremare; sta rovesciando il Porto-
Il tappeto ritaglia la stanza. In un fazzoletto della loro esistenza si guardano due uomini che non vedono l'ora di voltarsi.
-Ho dovuto anche impiegare una ingente quantità di denaro, ma alla fine sono riuscito a scoprire dove si nasconde. Genova, chi l'avrebbe mai detto, buffo. Non lo trova buffo?-
Qua si può tagliare e possiamo inserire l'immagine di me inginocchiato, una pistola puntata alla nuca. Sto contando per l'ennesima volta i tre denti sul pavimento. Chi l'avrebbe mai detto che si staccassero con questa facilità? Sposto velocemente la lingua in cerca delle cavità vuote incurante delle urla alle mie spalle. Non riesco a pensare ad altro, mi pare già abbastanza grossa questa cosa dei denti. Voglio dire: mica si riattaccheranno, no? Tre.
-Dimmi dove è andato. Che fine ha fatto? Dimmelo se non vuoi ritrovarti una pallottola nel cervello-
Ora noi si potrebbe anche ritornare al signor M. e all'ometto titubante, che, per inciso, da quando mi preme quella cosa fredda sulla nuca pare aver cambiato carattere. Ora potremmo tornare alla stanza col camino. Buffo Genova, vieni al dunque, ho indossato la tunica e sono entrato in quella specie di comune dove si nascondeva. Possiamo tornare a quegli istanti, ma questo non aiuterebbe né me né voi a rispondere alle domande che sembrano interessare al tizio dietro di me. Chi sia e perché stia cercando Jack voi potete chiedervelo, ma io no, perché quando hai una pistola puntata alla testa le domande non le fai te.
continua...